Sei dodici duemilauno

Lo ricordo bene, era un giovedì e lo trascorsi tutto quanto immerso tra auto, accessori, modelle, spettacoli.
Impugnavo la prima fotocamera digitale della mia vita, ua HP da 2 mega pixel capace di consumare più batterie di una Tesla lanciata a tutta velocità.
Era la prima volta che visitavo il motor show e lo feci da addetto stampa, un privilegio che mi consentiva di vedere e toccare tutto quanto, no le modelle no, senza la ressa tipica delle giornate aperte al pubblico.
Ero partito da casa alle 6 con una nebbia che mi ha accompagnato fino all’ingresso del centro espositivo. La giornata la trascorsi girando in lungo e in largo riempiendomi di emozioni. Dodici ore dopo ero cotto, stravolto, in piedi con un toast, molti caffè e infinite bottigliette d’acqua, ma non c’era tempo di fermarsi sia per l’entusiasmo, sia per la pressione di un capo esigente, manco fosse il direttore di Quattroruote.
Approfittando del fatto che lui avesse il treno prenotato, alle 18.30 me ne sono andato con la leggerezza di chi il giorno dopo non sarebbe tornato in ufficio. Ho recuperato la mia auto, mi sono rilassato e, lentamente, ho puntato verso l’autostrada. Milano. Ancona.
Questa volta si vola verso sud, a tutto gas, perché dopo tutte le cose che ho visto ho voglia di vera bellezza, quella autentica, quella che solo persone e rapporti speciali sanno regalarti.
Il tempo di una partita di calcio e il casello di Fano è valicato e finalmente, in una gioielleria tra l’altro, riuscire ad abbracciare la più preziosa delle perle, accompagnarla a casa e festeggiare con lei e la sua famiglia il suo compleanno.
La stachezza della giornata svanisce quando sei circondato dalla carica che abbracci, sorrisi e la serenità di una Famiglia come questa riescono a infonderti. E pensi anche che sei molto fortunato a farne, in qualche modo, parte. Te la godi, la respiri fino in fondo e la cacci giù dove non potrà più uscire così anche oggi, come allora, ti trovi qui a dire
Buon Compleanno Valli!

Panettone o Pandora?

In queste ore si sta sollevando e alimentando una polemica sulla campagna pubblicitaria del marchio di gioielli Pandora per il prossimo Natale accusata di essere sessista. Come sapete sono sensibile alle pubblicità e, pur riconoscendone l’orrore, non riesco a indignarmi al pari di molti altri.
Come un’amica scrive in facebook un claim del tipo “Una borsa, una giornata alle Terme, un paio di scarpe, un viaggio in una capitale, un cellulare nuovo, un profumo, un bracciale Pandora. Secondo te cosa la farebbe felice?” avrebbe sgomberato il campo da qualsiasi accusa sessista, ma, in effetti, a chi interesserebbe un gioiello low cost davanti a queste alternative?
Il pubblicitario ha decisamente sbagliato obiettivo o forse lo ha volutamente mancato tenendo conto proprio di questo aspetto. Se propongo un’alternativa veramente valida allora la mia domanda rischia risposte che non mi piacerebbero.
Se fossi stato io il signor Pandora questa pubblicità l’avrei bocciata indipendentemente dal contenuto sessista, semplicemente perché brutta, banale, fuori tema. Tuttavia continuo a trovare infinitamente più sessisti gli spot con cui Opel e Volkswagen promuovono i loro sistemi di sicurezza attivi. Il messaggio, a mio avviso, fa il verso al celebre “donna al volante pericolo costante”, ma ne accentua la pericolosità non imputandola alla velocità, ma alla distrazione per un bel paio di scarpe in vetrina o un bell’uomo sul marciapiede. Mi restituisce l’idea di superficialità. Troverei rivoluzionario uno spot in cui una donna mostra le doti dinamiche di un’automobile, e lascerei che i sistemi di sicurezza attivi entrino in funzione, mentre l’uomo in questione, uno a caso, si perde nella gigantografia della modella in intimo del momento.
Per concludere direi che tra i molteplici spot sessisti, credo che Saratoga abbia un vantaggio irrecuperabile su tutti quanto a pubblicità che ledono la dignità femminile.

Se fossi un paesaggio

Se fossi un paesaggio starei in alto, sotto di me si distenderebbero morbide sinusoidi con tutti i colori dell’autunno. In fondo, all’orizzonte, ma ben visibile, si staglierebbe il turchese del mare mischiato a quel pizzico di foschia che non lo finisce del tutto. Alle spalle poche colline, poco più alte, e un cielo con tante nuvole, ma mica brutte e cupe. Vicino poche case, un piccolo borgo e tanti filari di vite e di ulivo con un cane che pascola beato.
Nell’aria si sentirebbe l’odore del legno bruciato, ma non si vedrebbe fumo. E se chiudessi gli occhi riusciresti anche a sentire il profumo di pane e di sugo, e il suono di una palla che rimbalza e rotola via inseguita dai passi di un bambino per le strette viuzze tra le case di pietra.
Se fossi un paesaggio sarei questo paese, il nostro, fatto di borghi magici e incantati, di colture e culture, di storia e di storie.