Panettone o Pandora?

In queste ore si sta sollevando e alimentando una polemica sulla campagna pubblicitaria del marchio di gioielli Pandora per il prossimo Natale accusata di essere sessista. Come sapete sono sensibile alle pubblicità e, pur riconoscendone l’orrore, non riesco a indignarmi al pari di molti altri.
Come un’amica scrive in facebook un claim del tipo “Una borsa, una giornata alle Terme, un paio di scarpe, un viaggio in una capitale, un cellulare nuovo, un profumo, un bracciale Pandora. Secondo te cosa la farebbe felice?” avrebbe sgomberato il campo da qualsiasi accusa sessista, ma, in effetti, a chi interesserebbe un gioiello low cost davanti a queste alternative?
Il pubblicitario ha decisamente sbagliato obiettivo o forse lo ha volutamente mancato tenendo conto proprio di questo aspetto. Se propongo un’alternativa veramente valida allora la mia domanda rischia risposte che non mi piacerebbero.
Se fossi stato io il signor Pandora questa pubblicità l’avrei bocciata indipendentemente dal contenuto sessista, semplicemente perché brutta, banale, fuori tema. Tuttavia continuo a trovare infinitamente più sessisti gli spot con cui Opel e Volkswagen promuovono i loro sistemi di sicurezza attivi. Il messaggio, a mio avviso, fa il verso al celebre “donna al volante pericolo costante”, ma ne accentua la pericolosità non imputandola alla velocità, ma alla distrazione per un bel paio di scarpe in vetrina o un bell’uomo sul marciapiede. Mi restituisce l’idea di superficialità. Troverei rivoluzionario uno spot in cui una donna mostra le doti dinamiche di un’automobile, e lascerei che i sistemi di sicurezza attivi entrino in funzione, mentre l’uomo in questione, uno a caso, si perde nella gigantografia della modella in intimo del momento.
Per concludere direi che tra i molteplici spot sessisti, credo che Saratoga abbia un vantaggio irrecuperabile su tutti quanto a pubblicità che ledono la dignità femminile.

Il giorno dei morti – Andrea Camilleri

“Fino al 1943, nella nottata che passava tra il primo e il due di novembre, ogni casa siciliana dove c’era un picciliddro si popolava di morti a lui familiari. Non fantasmi col linzòlo bianco e con lo scrùscio di catene, si badi bene, non quelli che fanno spavento, ma tali e quali si vedevano nelle fotografie esposte in salotto, consunti, il mezzo sorriso d’occasione stampato sulla faccia, il vestito buono stirato a regola d’arte, non facevano nessuna differenza coi vivi. Noi nicareddri, prima di andarci a coricare, mettevamo sotto il letto un cesto di vimini (la grandezza variava a seconda dei soldi che c’erano in famiglia) che nottetempo i cari morti avrebbero riempito di dolci e di regali che avremmo trovato il 2 mattina, al risveglio.
Eccitati, sudatizzi, faticavamo a pigliare sonno: volevamo vederli, i nostri morti, mentre con passo leggero venivano al letto, ci facevano una carezza, si calavano a pigliare il cesto. Dopo un sonno agitato ci svegliavamo all’alba per andare alla cerca. Perché i morti avevano voglia di giocare con noi, di darci spasso, e perciò il cesto non lo rimettevano dove l’avevano trovato, ma andavano a nasconderlo accuratamente, bisognava cercarlo casa casa. Mai più riproverò il batticuore della trovatura quando sopra un armadio o darrè una porta scoprivo il cesto stracolmo. I giocattoli erano trenini di latta, automobiline di legno, bambole di pezza, cubi di legno che formavano paesaggi. Avevo 8 anni quando nonno Giuseppe, lungamente supplicato nelle mie preghiere, mi portò dall’aldilà il mitico Meccano e per la felicità mi scoppiò qualche linea di febbre.
I dolci erano quelli rituali, detti “dei morti”: marzapane modellato e dipinto da sembrare frutta, “rami di meli” fatti di farina e miele, “mustazzola” di vino cotto e altre delizie come viscotti regina, tetù, carcagnette. Non mancava mai il “pupo di zucchero” che in genere raffigurava un bersagliere e con la tromba in bocca o una coloratissima ballerina in un passo di danza. A un certo momento della matinata, pettinati e col vestito in ordine, andavamo con la famiglia al camposanto a salutare e a ringraziare i morti. Per noi picciliddri era una festa, sciamavamo lungo i viottoli per incontrarci con gli amici, i compagni di scuola: «Che ti portarono quest’anno i morti?». Domanda che non facemmo a Tatuzzo Prestìa, che aveva la nostra età precisa, quel 2 novembre quando lo vedemmo ritto e composto davanti alla tomba di suo padre, scomparso l’anno prima, mentre reggeva il manubrio di uno sparluccicante triciclo.
Insomma il 2 di novembre ricambiavamo la visita che i morti ci avevano fatto il giorno avanti: non era un rito, ma un’affettuosa consuetudine. Poi, nel 1943, con i soldati americani arrivò macari l’albero di Natale e lentamente, anno appresso anno, i morti persero la strada che li portava nelle case dove li aspettavano, felici e svegli fino allo spàsimo, i figli o i figli dei figli. Peccato. Avevamo perduto la possibilità di toccare con mano, materialmente, quel filo che lega la nostra storia personale a quella di chi ci aveva preceduto e “stampato”, come in questi ultimi anni ci hanno spiegato gli scienziati. Mentre oggi quel filo lo si può indovinare solo attraverso un microscopio fantascientifico. E così diventiamo più poveri: Montaigne ha scritto che la meditazione sulla morte è meditazione sulla libertà, perché chi ha appreso a morire ha disimparato a servire.”

Eh PAF, un salto generazionale

Da qualche giorno allo sportello della banca con cui lavoro è affisso un manifesto da un metro per due che riproduce questo banner preso dal loro sito. Mi ha fin da subito colpito per quello slogan ammiccante “Meglio un paf oggi e un traguardo per tua nipote domani”.
Io sto per diventare padre e sono in preda a mille ansie e paranoie riguardo il futuro che saprò garantire a mia figlia, sia dal punto di vista educativo che economico. Mentre sul primo fronte ho un sacco di dubbi circa il futuro, dal punto di vista economico Un Piano di Accumulo Finanziario è nei miei progetti. La logica della formica, accumulare una briciola alla volta per riempire la dispensa del domani. Solo che oggi anche le briciole si fatica a metterle da parte, tuttavia questo non ci esautora dalla responsabilità che il ruolo genitoriale ci assegna.
Ma gli uomini del marketing di UBI, ben consapevoli di aver spinto la mia generazione a indebitarsi e spendere tutto quanto in loro possesso al grido di “Lo fanno tutti, puoi farlo anche tu”, hanno scelto per questa campagna altri destinatari, i nonni. I nonni sono figli dell’Italia buona quella che cresceva e risparmiava, quella veramente fondata sul lavoro, quella che rinunciava a ciò che non poteva permettersi e che non andava a dormire serena se non aveva tutti i conti a posto. Quegli stessi nonni che si sono fatti garanti del mutuo sulla nostra casa, quando addirittura non ce l’hanno acquistata, che si occupano dei nipoti permettendoci di risparmiare i soldi del nido, che quando vengono a cena ci riempiono il frigorifero. Tutte cose di cui sono assolutamente consapevole e grato, ma che forse hanno portato la mia generazione a vivere un po’ troppo allegramente, atteggiamento che il marketing ha perfettamente stigmatizzato in uno slogan.
Letteralmente generazione senza credito la mia, salvo il credito al consumo!